La vanità del record crea lo spettro del ‘fallimento’: la performance non formativa

Il record e il fallimento: se la narrazione è solo apicale ci si dimentica di chi potrebbe cadere in basso, o meglio lo si agevola. Una riflessione è d’obbligo dopo il caso della studentessa 19enne che si è tolta la vita nei bagni di un ateneo milanese: nella lettera di addio il gesto era motivato dalla percezione fallimentare del suo percorso di studi. Se un laureato in tempi record ‘deve’ ricevere un plauso unanime, il gesto estremo di una persona che, a 19 anni, giudica fallimentare il suo percorso di studi deve, stavolta per davvero, farci riflettere.

I dati Istat (aggiornati al 2019) registrano in media 500 suicidi tra i giovani (fascia di età 15-34) all’anno, e le richieste di aiuto arrivate all’associazione Telefono Amico Italia negli ultimi anni, come riporta la Fondazione Veronesi, sono aumentate del 55% rispetto al 2020 e quasi quadruplicate rispetto al 2019. In particolare il 28% delle richieste d’aiuto arriva dagli under 26 (dato confermato anche nel primo semestre del 2022). Partendo da questi dati, che concernono una casistica ampia, ma in cui rientrano anche persone che in questa fascia di età decidono di togliersi la vita perché oppressi da un costrutto sociale in cui è vietato fallire, bisognerebbe mettere in prospettiva le narrazioni che diamo della realtà, normalizzando il ‘record’ e restituendo una dimensione genuina della realizzazione personale, che non può avere, per nessuna ragione, un metro di giudizio univoco. Il fatto sconcertante e doloroso in questo caso è la contraddizione tra la negazione del futuro nel gesto estremo e la giovane età, colma di possibilità, della vittima.

Di fatto costruiamo narrazioni dimenticando quanto possano influire sulla realtà: sono specchio ed espressione della società, la descrivono influenzandola. Ci sono narrazioni ‘create’ per restare, non possono passare, altre finiscono facilmente nel dimenticatoio. E per una categoria di persone c’è solo un modo per essere menzionati, la ‘dignità della lode’. Una dialettica spietatamente intrinseca a una generazione: ‘sarai qualcuno solo se porti a termine nei tempi previsti il percorso che hai scelto; la tua storia, al momento, è degna di menzione solo se eccelli più di tutti altri’. Per questo motivo la tragedia di una giovane (come tanti altri casi simili) scuote le coscienze per un paio di minuti, mentre il record, la performance strabiliante, è nata per giganteggiare ed essere metro di giudizio delle vite altrui: di persone che non si laureano in tempo o magari con una media non eccellente, di studenti e studentesse fuoricorso e anche di chi fa il suo percorso in maniera egregia ma non può ‘permettersi’ di comparire su una pagina di giornale per elogiarsi.

Ma a che costo mettiamo sul piedistallo discutibili modelli e i loro virgolettati, che ci spiegano come hanno costruito un effimero ‘successo’? Non si nega l’importanza di un traguardo e la fatica che si impiega a raggiungerlo, ma è davvero così totalizzante nel percorso di vita di una persona? No, non può esserlo e non lo è mai stato, anzi l’altra faccia della medaglia è quella di svilire chi non arriva ‘nei tempi previsti’, su cui, a partire dai corsi di dottorato con scadenze inderogabili, ci sarebbe da fare un approfondimento a parte, focalizzato su quanto siano estrinseci il raggiungimento del traguardo universitario e il mondo del lavoro.

I recenti fatti di cronaca, nonché le tarantelle giornalistiche su fantomatici geni record, danno un quadro chiaro della contraddizione alla base di questa narrazione: un grande successo, il record, sugella la realizzazione di una persona. Quando un giovane intraprende un percorso, anche con i sacrifici della propria famiglia (tra rette e affitto), zero introiti, diritti politici negati se fuorisede, non ha il diritto di sbagliare strada? Se il modello è l’eccellenza no. Ma se sgonfiamo il modello e ci appelliamo alla ragione, possiamo ben capire quanto sia vanesio l’incenso profuso a recordwoman/man (manco fossero centometristi) e di come ci siano tante storie di giovani che cercano la loro strada e come in ogni generazione la trovano, chi prima e chi poi.

Se poi consideriamo un mercato del lavoro in cui la competizione è inversamente proporzionale alla remunerazione e che, pur essendoci immersi (o proprio per questo motivo), fatichiamo a comprenderne l’evoluzione, possiamo mettere in una prospettiva diversa le ostentate performance eccellenti e restituire una narrazione veritiera, in cui chiunque, talvolta, può sentirsi sull’orlo del baratro ma non per questo essere un fallito.