Carcere di Monza, la storia di Jawad: lavorare per reinserirsi

Nel marzo 2024, Jawad inizia a lavorare: «Ero il primo detenuto ad essere assunto in quel punto vendita. Il primo giorno è stato emozionante: conoscere i colleghi e vedere le guardie carcerarie e gli educatori che passavano dal negozio dopo aver fatto la spesa nel centro commerciale, per salutarmi e augurarmi buona fortuna».

Quando la giornata di lavoro in negozio finisce, Jawad riprende il monopattino per percorrere i sei chilometri che separano il centro commerciale dal carcere di Monza. Quando arriva, lascia il cellulare, i libri: non può portare nulla con sé, ‘dentro’. Se rientra in ritardo, il computer lo segnala alle guardie.
Jawad ha lavorato per 24 mesi in un negozio di capsule per il caffè di una grande multinazionale mentre scontava la pena. Fa parte di una minoranza: solo il 6% dei detenuti in Italia riesce ad accedere a un lavoro esterno al carcere. Ma la sua rarità, si capisce presto parlando con lui, non sta solo in quella percentuale. Parla di sé e del suo percorso con lucidità, sembra aver capito cosa il sistema chiede a chi vuole reinserirsi e lo ha fatto, punto per punto. Eppure, non è bastato a garantire un vero reinserimento. Per capire il suo percorso e cosa significa lavorare durante la pena in Italia, bisogna tornare all’inizio.

La storia di Jawad in carcere inizia nel 2021, quando viene arrestato. Non parla italiano (madrelingua spagnolo) e lo impara nei corsi di San Vittore a Milano, dove resta in attesa della condanna definitiva. È lì che decide come vivere il tempo della reclusione: «Ci sono tanti modi di fare la galera: la puoi fare bene, o la puoi fare in un modo disastroso. L’unica cosa che ho deciso, appena sono entrato, è stata ‘sono qui, devo trovare il modo di uscire, il modo di imparare, il modo di affrontare questa difficoltà. Non ho bisogno di tappeti rossi, devo trovare la strada da solo’». Comincia dai corsi di formazione, poi lavora in cucina: «La cucina non è una cosa che viene affidata a chiunque, ci sono i coltelli, è un lavoro delicato»; Jawad diventa anche supporter per chi è appena arrivato in carcere: «Spesso i nuovi detenuti non accettano la prigione, non conoscono l’italiano, o vivono situazioni di astinenza dalle droghe. Si tratta di tranquillizzarli, aiutarli a capire dove sono e quali sono le regole». A volte, dice, arrivano senza niente: «Alcuni non hanno nemmeno le scarpe; i supporter portano anche i beni di prima necessità».

Quando la pena diventa definitiva, Jawad viene trasferito a Monza. «È stato uno shock realizzare che avrei lasciato tutti quelli che avevo incontrato fino a quel momento. Conoscevo già suor Alessandra, le educatrici, si conoscono tante persone, anche in carcere», racconta. Il giorno dopo il suo arrivo nel nuovo reparto a Monza, un’educatrice gli affida il primo compito: organizzare un torneo di calcio tra i detenuti. «Mi ha dato un foglio, mi ha detto: oggi devi fare la formazione delle squadre. Mi sono messo lì a scrivere i nomi dei ragazzi». Due giorni dopo, saputo del suo percorso in cucina a San Vittore, l’educatrice lo richiama anche per quello. Jawad continua a cercarsi altre occupazioni: un orto per le persone con problemi psichiatrici (a Monza sono quasi trecento) e una palestra di cui diventa responsabile. «Ogni progetto deve essere approvato e autorizzato; ogni iniziativa è stata possibile grazie agli educatori e alle persone che lavorano nel carcere».

A Monza, su 720 detenuti, circa 270 lavorano alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria, non tutti a tempo pieno (che in carcere equivale a 6 ore e 40 minuti); c’è chi lavora solo un’ora o due al giorno. È il lavoro ‘interno’, che può essere generico (come le pulizie dei locali), oppure specifico (come la cucina o le manutenzioni). In Italia, circa il 30% dei detenuti lavora all’interno delle mura carcerarie.
Lavorare all’esterno è più complicato: a Monza sono 38 le persone che accedono a questa possibilità, e Jawad è tra loro. È possibile grazie all’applicazione dell’articolo 21 o al regime di semilibertà (due provvedimenti diversi che permettono entrambi di uscire dal carcere per svolgere un lavoro), quando la pena diventa definitiva: anche se Monza è formalmente una casa circondariale, pensata per custodia cautelare e pene brevi, ospita circa 500 detenuti con pena definitiva sul totale di 720, dato che parla soprattutto del sovraffollamento delle carceri italiane.

Un giorno, un’educatrice propone a Jawad un colloquio per un’azienda di caffè in capsule che ha diversi punti vendita in Italia, con cui l’istituto di Monza collabora già. «Eravamo in sei quel giorno, e hanno preso me. Loro leggono un fascicolo, ma poi conta conoscere la persona, e io gli sono piaciuto». Il fascicolo è il percorso disciplinare e quello di Jawad è immacolato. «Avevano già parlato con gli educatori, avevano letto la mia storia e visto che avevo fatto tre anni di carcere senza rapporti. Ogni volta che sbagli, resta un segno sul tuo cartellino, quello che usi per entrare e uscire: è un po’ come una carta d’identità interna. Se sei pulito, conta molto».

I detenuti che trovano un lavoro esterno lo fanno quasi sempre grazie a una rete familiare, o come nel caso di Jawad, costruita dagli educatori attraverso rapporti che il carcere ha già con alcune aziende del territorio.Nel negozio di Carugate, Jawad lavora otto ore al giorno. Non è la prima volta che l’azienda ospita una persona in articolo 21, era già successo in un altro punto vendita. «Non mi sono mai vergognato di essere un detenuto», dice. «I miei colleghi non mi hanno mai fatto sentire diverso da loro».

Esiste anche uno strumento pensato per agevolare il lavoro dei detenuti: la legge Smuraglia, che garantisce alle aziende che assumono un detenuto o un ex detenuto uno sgravio fiscale del 95% sui contributi, più un bonus mensile di 520 euro, per un massimo di 18-24 mesi. Un incentivo concreto, eppure, perché resta così raro che aziende e detenuti si incontrino?
«Per la gestione del lavoro esterno a Monza esiste uno sportello Afol (Agenzia per la Formazione, l’Orientamento e il Lavoro) – spiega Cosima Buccoliero, direttrice della casa circondariale di Monza -. «L’Afol Monza fa un ottimo lavoro, ci aiuta a capire quali strumenti mettere in atto. Ma i detenuti sono troppi. Gli impiegati dell’Afol vengono una volta alla settimana: ci supporta con le pratiche amministrative per i corsi di formazione finanziati, ma non può fare tutto. Non riusciamo a seguire tutti».

Le aziende, dal canto loro, faticano ad avvicinarsi. «Sono diversi gli elementi che frenano», continua la direttrice: «la pigrizia mentale dell’inserire una persona nuova, le complicazioni burocratiche, il dover parlare con i dipendenti, il pregiudizio verso i detenuti. Non tutti, poi, conoscono le agevolazioni previste dalla legge. Sono una quindicina le aziende che collaborano con noi, per lo più per conoscenza o passaparola; si tratta di persone che hanno avuto esperienze vicine al carcere, in un modo o nell’altro. Ma non esiste un sistema che garantisca questo incontro».
È esattamente quello che è successo a Jawad: non un sistema, ma un incontro fortunato.

Jawad fa un anno di prova, viene confermato per un altro anno, fino ad arrivare al massimo consentito dagli sgravi fiscali della legge Smuraglia: 24 mesi. Jawad prova a spiegare cosa sia successo dopo e come mai il rapporto con l’azienda non sia proseguito, ma anche lui, a un certo punto, fatica a mettere in fila i pezzi. Durante la pena, un documento rilasciato dal magistrato attestava la sua posizione regolare da lavoratore in Italia. Con la fine della pena, quel documento perde validità, e lui, cittadino spagnolo, si ritrova senza un titolo equivalente. Un’associazione di Milano lo aiuta, in seguito, a ottenere un codice fiscale e un conto corrente. Ma per l’azienda, a quel punto, non è più possibile riassumerlo.

«È stato un problema burocratico», spiega Jawad, e nella sua stessa ricostruzione si percepisce quanto sia complicato, anche per lui, capire fino in fondo cosa esattamente non funzionasse. Il responsabile del punto vendita di Carugate, contattato per un commento, ha riferito la non disponibilità dell’azienda a rilasciare una dichiarazione. Anche l’ufficio stampa nazionale, interpellato nelle settimane successive, non ha fornito alcuna risposta.«Finché sono in carcere sono in regola – dice Jawad -. Posso lavorare, posso guadagnare». Quando finisce la pena, non posso più lavorare: anche se c’è un’azienda che mi vuole, magari non mi può assumere. Quanto pesi la fine degli sgravi previsti dalla legge Smuraglia, quanto la mancanza di documenti, quanto le dinamiche di assunzione della singola azienda, non possiamo saperlo.

L’ordinamento penitenziario, dal 1975, stabilisce che il trattamento debba tendere al reinserimento nella società – una società fondata sul lavoro, come recita la Costituzione. Ma anche nel migliore dei casi – Jawad fa parte di quel 6% di detenuti che riesce a lavorare e a farne un’esperienza positiva – a un certo punto il sistema smette di funzionare.
Jawad sta finendo di scontare la pena in libertà vigilata. «Ora che ho più tempo libero, faccio tanto volontariato, con i ragazzi disabili, e dovunque serva. Appena finirò di scontare la pena tornerò in Spagna». Un ritorno a casa che non è tanto una scelta quanto l’unica possibilità reale che ha, nonostante il miglior percorso di reinserimento possibile.